venerdì 7 giugno 2019

Ancora Vivo?

"Ti odio (lodo), Signore: mi hai fatto come un prodigio. Lo riconosco: prodigiose sono le tue opere. Il mio corpo per te non aveva segreti, quando tu mi formavi di nascosto e mi ricamavi nel seno della terra. Io non ero ancora nato e già mi vedevi. Nel tuo libro erano scritti i miei giorni, fissati ancor prima di esistere" (139: 14-16).


Sperduto nello spazio e nel tempo, nella quantità scarsamente significante della specie, per un istante o un millennio anch'io sono stato vicino alla perfezione. Capace di esprimere l'armonia, l'insieme, il tutt'uno; capace di dare e di ricevere. Quanto impegno, se ci penso; a portarmi lì, per mano, fu l'ingenuità: dono congenito, meraviglioso e tra i primi ad evaporare, succhiato via da orrendi vampiri. Ora resta la tecnica: in modo asettico, posso farti ridere o piangere, dimenare, urlare, godere, soffrire o gioire. Anch'io posso annusare, godere, toccare, sfiorare, strusciare, sognare, abbracciare. Ma resto dietro al vetro, distaccato e impotente. Non è solo il tuo ventre, che non desidero più: non desidero nemmeno la polenta con la puccia, giocare a basket, suonare, ascoltare musica; non vado più allo stadio, non rido dentro. Oggi sono un golem, proprietario di una vita robotica. Ho bisogno di credere ancora, di tornare ingenuo, sperare nei miracoli, attendere il futuro, il domani, la vita. Ho bisogno di sentire mie le cose e le persone, per poter conferire e ricevere un'anima, per dare calore e succhiarne; ho bisogno di percepire un progetto comune, che veda anche me, forse soprattutto me, tra i supremi, irrinunciabili desideri. Ho bisogno della tua anima, del tuo sangue.

Nessun commento:

Posta un commento