sabato 28 gennaio 2017

Qvisisana

Dergano, agosto di un anno che non c'è più

Quanto potrà avere? Settanta, settantacinque anni? Magro, molto o troppo magro; vestiti larghi e improvvisati: cappello nero-fumo calcato sulle tempie, giacchetta grigia e pantaloni pure ma di un altro tono; camicia una volta bianca, ora non so; scarpe... beh, lasciamo perdere.

Sono seduto sotto al bersò della trattoria tabacchi di Dergano, in un finale di pomeriggio che tende all'oscurità e penso al fresco che non c'è, che chissà se arriverà e quando; sto sorseggiando un bianchino.

Lui cammina un paio di volte avanti e indietro, poi descrive una specie di ampio cerchio, tipo di orientamento; quindi, si siede al tavolino di fianco. Non sono posti, questi, dove, se ti siedi, arriva il cameriere: la roba te la devi prendere tu al banco, cara grazia che ti lasciano lì seduto a riposarti; non pretendere nient'altro.

Mi guarda; faccio finta che non ci sia; mi riguarda; mi parla:
"Mi scusi, signore..."
"sì..."
"Non è che la disturbo, vero? No, sa, è che non c'è in giro nessuno; adesso, in agosto, sono tutti via e io sono rimasto qui da solo..."
E' veramente buffo: quasi senza denti, radi capelli ma lunghi; parla come Gatto Silvestro o come Totò, quando dice "Qvisisana"; la testa in perenne movimento: destra, sinistra, scatto verso l'alto, poi di nuovo verso di me; gli occhi ne assecondano il movimento ma in senso opposto. Sono un po' tra lo scocciato e l'a disagio...
" no, signore, non si preoccupi! Ve-vede, (ogni tanto, tartaglia pure), io ero un "grata", da giovane. Sa che cosa vuol dire "grata" "Sì, lo so: ladro..." "No ladro, signore! I ladri sono quelli che vanno a rubare nelle case; io ero un grata, di quelli che rubano i portafogli dalle tasche dei Signori come lei Non ho mai rubato alla vecchietta, per dire, o alla povera gente; io andavo sul tram, per esempio, vedevo un bel Signore grasso, vestito bene e... senza che lui se ne accorgeva nemmeno... zac, gli fregavo il portafoglio... Non ho mai grattato delle grosse cose, sa? poca roba, quattro soldi; a me i soldi non è che servissero a qualcosa: sa, io non ho la casa, non ce l'ho mai avuta; ne-nemmeno la macchina ho mai avuto e tante volte non avevo nemmeno la bicicletta, perchè quando i poliziotti mi portavano via per un po' (capisce che cosa intendo, vero?), tornavo indietro e la bicicletta non c'era più... a me, i quattro soldi servivano pe run bicchierino, per mangiare qualcosa... Avevo l'arte, nelle mani: i Signori non si accorgevano di niente, sa? Io non ho mai fatto male a nessuno! Guai a fare male alle persone, non è roba da grata, quella lì!"
"Va bene, senta: ma perchè mi racconta queste cose? Che cosa c'entro io con tutto questo? Che cosa vuole da me?"
"Uehi, dai, non arrabbiarti... Sai, è che oramai sono vecchio e le mani non sono più quelle di una volta; non ce la faccio più a fare il mio lavoro, oggi. E poi, te l'ho detto: sono tutti via, non c'è nessuno che mi conosce, che ha voglia di offrirmi un calice o due... Facciamo così, dai: io non tento di rubarti il portafoglio, così lei è più tranquillo e non chiama la polizia; e tu mi offri un bicchierino o due di bianco. Così evitiamo un reato e diventiamo amici. Cosa ne dici?"

Me

Insieme ad io, insieme al me che sono sempre io, ci sono tanti ii che convivono nello stesso posto, più o meno amabilmente.

Ogni mia molecola, ogni mio atomo è un io; tutti gli ii che sono in me sono uguali, come se fossero io. C'è un io microscopico che vive tra i miei capelli: io (almeno questo io qui, quello grosso) ho un milione di capelli che faccio crescere personalmente, dandogli l'acqua tutte le mattine. Potendo scegliere, li faccio venir su con le doppie punte, a simboleggiare il bivio.

Il bivio ha sempre avuto una grande importanza, nella mia vita: ne imbocco ogni giorno, in grande quantità ma, si sa, alcuni bivi sono più bivi degli altri e, sapendo che di ii ce ne sono tanti, immaginatevi quanto bivi noi ii ci facciamo, quotidianamente.

Certo, l'io più sfigato è proprio quello che vive tra i capelli: il suo orizzonte è fatto di pelo; ne percorre uno fino al bivio, fa la sua scelta e si ritrova alla fine del percorso. O, meglio, alla fine del capello: dopo quello, ce ne sono altri 999.999, tutti uguali uno all'altro, ciascuno col suo bivio alla fine. Per poi ricominciare. Io ed altri ii abbiamo pensato di incontrarlo, un giorno. Ci siamo dati appuntamento alla punta di un capello, ad una cert'ora. Ma l'io dei capelli non è arrivato: quando si è trovato alla doppia punta, ha scelto l'altra strada. Quindi, dico io, se nemmeno noi ii riusciamo ad incontrarci, come puoi pensare di farlo tu? E nota bene che noi ii non siamo un "noi": siamo tutti ii e, benchè uguali all'apparenza, siamo ii diversi; ma uguali.

Lo so che è difficile da capire ma è così. Ora, mi dici che vuoi capire qualcosa di me, che mi vuoi conoscere meglio: perdi tempo, sai? Ti posso dare un aiuto, però, perchè sei una persona simpatica: mi trovi sempre al bivio.

Argea

Un giorno, non sapevo che cosa fare; per passare il tempo, ho inziato a parlare tra me e me, inventando parole:

"Einoc andalor, abimisse fuss dinapra veil; giafro nacasti zirbis cropalo".

Sfiga volle che, senza saperlo, avessi pronunciato una delle formule magiche più antiche: quella che serve per evocare il Cropalo. Immancabilmente, il Cropalo si materializzò davanti a me e così mi disse:

"Alambar, dinava lepuri! Zirbisi nif plunga tro chionna ezecri, nif lambui avenju frocax."
"Plia?"
"Plia navardasi. Agred zai ubinnef grodir, ubinnef alorip; eginea, tro irtas inne jlasia, fau ytrebu cro metinsi zo plommo."
"Argea, argea, Cropal: plommo frucai ak muter velindi; neprisi xestir, illiena butrifas nodar. Butrifas nodar, feilinne!"
"Butrifas ast kupes, lepuri: nek siggie, nek luperti tro ziggiesu of jofas vertica lanadu, kalantu abarte nas dinticared en homel detrivig; riverci alen metrisca sabbu..."
"Alizer, terefi glusca. Aquram zobaldes vercedi les, qibbi libance treggal risulda zai fissicea, zai riscoffe prozzo!"
"Retana, retana..."
"Bilser vegesse  malarfetta, sapunna orocolos milandari, cratea sigerte tro sabblo is arcula zicca, zicca; oi orocolo gresi tro zirba furchè, is gressi ab mucita."
"Orpis! Alambar, lepuri"
"Alambar, Cropal; tro girsa culnet zer cisso!"
"Zer cisses, la vardea..."
"Or: zer cisso, ag Italia!"
"Truva, zer cisso. Irbe strongo. Alambar!"

Insomma, non so se si è capito ma sono riuscito a beccarmi dell'irbe anche dal cropalo.


Antici...Pation

A me non piace arrivare in ritardo. Per questo, sono sempre in anticipo.

A me, il gallo mi fa una pippa, perchè quando canta per svegliarmi, io è già un quarto d'ora che sono nel pollaio, a scherzare con le galline.

Ho due orologi: quello al polso destro mi serve per sapere se è ora di guardare l'orologio di sinistra; quello di sinistra è così preciso che mi telefonano da Greenwich per un parere, prima di trasmettere il segnale orario.

Ho cominciato ad accumulare anticipi quando ero ragazzo; oggi, sono avanti di un anno e mezzo: mentre voi vedete il solstizio di quest'anno, io sto assistendo all'equinozio dell'anno prossimo; mentre gli altri leggono il menù io sono già al dolce; passo col rosso e mi fermo col verde, perchè so che tra poco uscirà il giallo; ma non faccio mai incidenti, perchè quando stanno per tamponarmi, io sono già all'incrocio seguente.

Sono talmente in anticipo, che dico "pronto" prima che il telefono squilli; conosco la risposta prima che facciate la domanda e, se la risposta non vi sembra pertinente, è perchè sto rispondendo alla domanda che mi farete domani; se volete la risposta di oggi, ricordatevi di quello che vi ho detto ieri.

Sono intollerante con chi arriva in ritardo: ho lasciato la mia ragazza perchè i suoi ritardi mi stressavano troppo, dato che di figli ne ho già tre. Peccato, perchè andavamo anche d'accordo; litigavamo solo a letto: io venivo mentre lei si stava ancora spogliando e poi non sapevo come ingannare il tempo e mi annoiavo. Così, capitava che uscissi di casa mentre lei stava ancora facendo l'amore; l'ho lasciata prima di capire come ciò potesse accadere; ma non ne ho sofferto, perchè, per portarmi avanti, fin dall'inizio stavo già con la ragazza seguente.

Perchè io sono avanti, sono avanti: quando mi muovo coi mezzi pubblici, aspetto l'autobus alla fermata dopo e, così facendo, risparmio i soldi del biglietto, dato che sono a destinazione prima che l'autobus riesca a raggiungermi; quando vado al mare, posso mangiare come un maiale senza paura delle congestioni, perchè sono così in anticipo che il bagno lo faccio prima del pranzo.

E potrei star qui delle ore a scrivere questo post, senza paura di rimanere indietro col lavoro di oggi: perchè questo post, io, l'ho scritto l'anno scorso e oggi non ho niente da fare.

RibL

Esploratore, I suppose?
Yes, I am. Io, modestamente, lo nacqui. Esploratore, I mean...


Ricordo le fossette nelle mani e gli occhi grandi: ero bambino e vivevo nell’incanto. Non avevo orsetti a tenermi compagnia: per non sentirmi solo, mi incontravo spesso con Madama Fantasia. Nel cestino della merenda, carta d’argento ad avvolgere pane ed illusione; nel tascapane da Trapper, una bussola rotta, ad indicare la giusta direzione. Ma, soprattutto, un’unica quanto terribile arma da opporre ai Pirati: il mio nome. Un nome che incuteva reverenza anche al solo pensarlo; un nome che i bucanieri scandivano sottovoce, nelle buie e fumose bettole della Tortuga, perché pronunciarlo ad un tono anche solo lievemente più udibile avrebbe potuto significare la fine della stessa filibusta. Un nome roboante, un nome vero:
Ribelle, il Grande Esploratore!

Ero un viaggiatore appassionato: passavo ore intere abbarbicato alla prua del mio nobile veliero; scrutavo l’orizzonte all’imbrunire, cercando mondi nuovi e nuovi afrori, cieli mai visti e terre da scoprire; combattere corsari, liberare principesse innamorate, filare verso le stelle cavalcando enormi dragoni cinesi, dopo averli sapientemente domati: ah, che bei tempi! Ah, che bel vivere! Sì, lo confesso: esplorare fu il mio più grande desiderio.

E l’ho fatto, per tutta la vita.

Cresciuto, ho esplorato tutti i sentieri della solitudine, della rabbia, della disillusione. Ho valicato le dodici colline dell’amore ed assaporato ad una ad una le mille ciliegie del sesso, fino a non poterne più, fino a non essere più capace di gustarne alcuna. Ho attraversato l’angoscia, l’odio e l’indifferenza, bivaccato nella monotonia e sorseggiato caffè sotto la pioggia, preparandolo sul falò dei miei sogni.

Anche oggi, ogni sera non manco al mio appuntamento con l’avventura; solo che la maestosa prora lignea, istoriata a popputa sirena non c’è più: il suo posto l’ha preso il balcone di casa, al sesto ed ultimo piano di un cedevole palazzo della Bovisa. Da lì, osservo l’orizzonte cintato dai grattacieli, le stelle celate da aerei in atterraggio, controllo la mia pettinatura da perfetto impiegato nei doppi vetri e sorrido, sorrido.

Anche lei sorride: Madama Fantasia, intendo. Lei non mi ha mai abbandonato ed è l’unica a sapere la verità (oltre a voi, ovviamente…): sul balcone non ci sono io; lì c’è la mia identità segreta! Il vero io, ogni sera, entra di soppiatto in quella vecchia bettola della Tortuga, raggiunge quatto quatto il tavolo centrale, ci sale sopra senza dare nell'occhio ed urla a perdifiato, con le mani ai fianchi della bocca, per farsi udire da tutti:

"Fuggite, bastardi! C'è Ribelle, il Grande Esploratore!"

Un attimo di panico e poi… ma no, dai: scherzavo! E tutti giù a ridere e tutti che beviamo rhum: pirati, puttane, osti e vecchi sognatori rimbambiti.

In Vino Veritas

eh sì dai vengo non spingere una volta venivo io a prenderti a scuola e non spingevo ma dai lasciami qui non voglio venire a casa vacca mi trovi sempre anche se cambio osteria tutte le volte e te mi trovi sempre ubriaco che non sto in piedi ubriaco che mi piscio sotto va bene cammino ma non spingere io vado adagio un po' accelero un po' dondolo un po' rallento e tu tienimi e che cosa credi che non lo so che ti vergogni lo so che guardi per terra lo so che speri che non ci vedano ma ci vedono e tu sembra che chiedi compassione sembra che dici che cazzo vuoi ma lo so che ti vergogni io non ci voglio venire da quella là che non mi lascia bere e camminiamo che sembra che cado ma non cado io sono un uomo quarantanni di fabbrica ho fatto e non c'ho interessi e non c'ho cultura per forza ho fatto la quinta me lo dicevano loro di guardare la televisione e adesso non c'ho interessi ma come no io voglio bere voglio morire lasciatemi morire in pace non servo a niente e voi due non vi voglio e ti vedo che ti vergogni mentre attraversiamo l'incrocio però vieni sempre a prendermi ma perchè lo fai ti manda la baldracca vero e non parli e mi tieni sottobraccio

Genova Per Noi

Lo squallore è ovunque.

Di fronte alla stazione, per esempio: un albergo forse a ore, cadente, grondante sporcizia, sordidità, amori o dolori di passaggio. Non ho bagaglio, nè con me, nè dentro di me; contratto veloce, forte dell'esperienza: non basta un vecchio, che mi guarda senza riuscire a capire del tutto, per mettermi in imbarazzo; salgo e la mia stanza è peggio di quanto mi aspettassi: una elle stretta, piccola e alta; un letto ad una piazza e mezza sporco di calcinacci, addossato alla parete; una televisione sospesa miracolosamente, quasi a simboleggiare, con le sue immagini colorate, l'istintiva pulsione di evadere da quella specie di cella; un armadio che sta insieme per una sua personale scommessa; il bagno con doccia, sporco il giusto; un ventilatore al soffitto, per ricordarmi che siamo in Africa.

Ed eccomi: ci sono. Volevo proprio questo: chiudermi nello squallore per capire, per misurarmi, per misurare.

Lascio che trascorrano alcuni istanti, prima di cominciare il rito; respiro, mi rilasso; è il momento: apro la mente ed il corpo. Primi ad arrivare sono i suoni: inizialmente indistinti, quasi un rumore. Poi, col passare dei minuti, si coordinano in una rumba in tre quarti, incessante, incalzante, veemente, sinfonica. Ecco i colori: l'iride comicia a ruotare e tutto è un vortice che mi investe, mi attraversa, mi pervade. E' il momento degli aromi, che mi colpiscono e stordiscono, lasciandomi esausto, stupefatto. Ma è il gusto che la fa da padrone: assaporo con la lingua, goccia a goccia; lecco le pareti e le lenzuola. Con le mani, finisco la danza: stringo, afferro, ghermisco.

Ed è l'estasi. Apro gli occhi di colpo: la mia camera è stupenda; lo squallore è scomparso; qui c'è solo armonia. Meravigliosa armonia. Tutto è stupefacente. Stupefacente è tutto. Lucy in the Sky with Diamonds.


Hug, Hug, Hug

Ieri sera ero un po' triste.

Meno male che sono venuti a trovarmi i miei amici più cari: i personaggi dei fumetti e dei telefilm, che leggevo/guardavo quando ero piccolo. Allora: bussano alla porta e il primo ad arrivare è il Mandrake. Entra, si siede e mi fa subito scomparire il criceto; così, per gentilezza. Visto che è tanto bravo, gli chiedo un'altra magia, molto più intima e personale: perbacco! E' davvero forte, il Mandrake!

Faccio appena in tempo a riabbottonarmi che arrivano Flash Gordon, Blek Macigno con i suoi amici e il Caporale Rusty (Rin Tin Tin lo lasciamo nel parco, a giocare con gli altri due cani); Flash Gordon è un po' preoccupato perchè, parcheggiando l'astronave, ha toccato dentro la Thesis del giudice che abita sopra di me; poi, ha paura che Ming lo scopra: quindi, decidiamo di portare in casa anche l'astronave, così nessuno rompe e Rusty gioca con qualcosa.

Di nuovo il campanello: Zorro, con l'inseparabile Garcia, Batman, Robin e l'Uomo Mascherato; sono arrivati coi mezzi; Nembo Kid, invece, è volato qui direttamente. La festa si anima ancora di più quando sopraggiungono Trik-Trak, Roby, Quattordici, il Lupo Celestino e il Mago Zurlì. Stiamo bene, insieme; facciamo un gran casino e beviamo come dei cammelli (soprattutto, Salasso e Doppio Rum).

Siamo lì che ci divertiamo, quando avviene il fattaccio: Rin Tin Tin si mette a litigare con i due cani del parco; Rusty cerca di uscire di corsa dall'astronave, per andare a dividerli, ma accende inavvertitamente i retrorazzi ed incenerisce Trik-Trak, Roby e Quattordici; il Lupo Celestino, rimasto solo, si mette a piangere e il Mandrake lo fa scomparire nel cilindro. Richiamati dalla gran confusione, accorrono i responsabili del Residence e cominciano a sgridare tutti. Ma l'Uomo Masherato non ci sta e comincia a menare cazzotti a destra e a sinistra, lasciando il suo teschio indelebile sulle mascelle del personale; Batman e Robin non sono da meno; il Sergente Garcia approfitta della confusione per catturare Zorro che, nel frattempo, aveva fatto la Z sui pantaloni del giudice; Blek, Salasso e Doppio Rum acchiappano lo scoiattolo, lo scuoiano e si fanno un cappello di pelo. Nembo Kid va di corsa su Marte e torna indietro (non si sa perchè; ma lui è fatto così). Tutto si complica quando arriva l'armata di Ming che, insospettita dai retrorazzi accesi e nel tentativo di acciuffare Flash Gordon, smaterializza il bosco, la casa della contessa e la maggior parte dei presenti.

A questo punto, mi incazzo: "Alora! Ma è possibile che quando ci siete voi supereroi viene sempre fuori tutto sto casino? Guardate che non vi chiamo più, eh! Adesso, fuori dalle balle tutti quanti! Anda!".

Cala il gelo. Ming prova a chiedere scusa, ma si becca un bel vacagà: riparte con la sua armata, non prima di aver cercato di rimettere a posto almeno la casa della contessa. Batman, Robin, lo Zorro, Garcia e l'Uomo Mascherato vanno alla fermata ad aspettare l'autobus, litigando tra loro e dandosi la colpa l'uno con l'altro.

A uno ad uno, se ne vanno tutti: Mandrake scompare, Nembo Kid vola via, Blek e gli altri si dileguano nel bosco. Il mago Zurlì propone a quelli del Residence di fare un bel coro ma viene allontanato a male parole. Io mi scuso e rientro in casa, giusto in tempo per vedere Flash Gordon che se ne va, fingendosi offeso, sgommando con la sua astronave.

Va beh, dai: sono dei cari amici, bisogna avere pazienza: se non fosse stato per loro, avrei passato una bella serata da schifo.

Mi sto quasi per addormentare, quando sento il rumore di uno zolfanello che si accende; sento bussare alla finestra; apro le persiane e chi c'è? Tex Willer! Che mi fa: "Ehi, ragazzo. Scusa il ritardo. E' già arrivato il Mephisto?"


Trust


E' giunto il momento di dirti la verità: io non sono quello che sembro.

Lo so, lo so: tu mi vedi così e che conclusioni ne trai? Che sono bellissimo, intelligentissimo, ricchissimo, simpaticissimo. Sono amabile, dolce, gentile e, allo stesso tempo, determinato quando serve, paziente, sicuro, costituisco un punto di riferimento stabile ma sono altrettanto capace di darti nuovi stimoli, di lanciarmi alla ricerca del nuovo, di farti viaggiare con la fantasia. Per non parlare dei nostri momenti intimi: che dire di come so far fremere il tuo corpo, di come ti conosco, di come riesco a tenerti sul filo, per farti, poi, esplodere al momento giusto, tutte le volte che lo desideri? E la cultura, poi! L'istruzione, l'educazione, la raffinatezza, l'eleganza innata, la capacità di stare in compagnia, senza mai eccedere, come di rendere piacevoli anche - e soprattutto - i momenti in cui siamo soli, io e te.

Ma oggi sento il bisogno di dirti la verità: io non sono quello che sembro. Anche se sono vent'anni che ci conosciamo; anche se mi hai sempre visto così... bene, sappi: io sono diverso da come appaio.
Io sono bruttarello, non ho un soldo, non capisco un acca e sono di un'antipatia eccezionale. Detestabile, aspro, villano ed insicuro; non ho pazienza nè fantasia; fare l'amore con te mi fa schifo ed ogni volta che mi tocca farlo, ti drogo, prima, e poi ti faccio credere chissà che (ma io mi metto a guardare la partita, intanto che tu sei sotto l'effetto delle sostanze psicotrope che ti ho somministrato). Mi hanno espulso dalle elementari perchè erano stufi di vedermi; faccio fatica a finire le parole incrociate che ci sono a pagina uno; come secondo lavoro faccio il bovaro, mi vesto all'Upim e le altre persone mi danno fastidio; peraltro, piuttosto che stare da solo con te mi farei cospargere di miele ed inseguire per tutta la notte dall'orso Yoghi.

Nella realtà, io sono un bugiardo e tutto quello che dico è falso; tutto quello che faccio, lo faccio per ridere. Lo faccio così, senza un motivo: per farti uno scherzo. Sappi, tesoro, che sono un cialtrone. Però, un cialtrone serio, di quelli che non dicono mai sciocchezze; di quelli affidabili, su cui puoi contare.

Aspirazioni


Voglio diventare una blog-star.

Avere almeno 100 commenti ad ogni post; essere intervistato dal TG; pubblicare libri sui blog; essere citato da Umberto Eco.

Io bloggo per diventare famoso.

Alcuni, da piccoli, sperano di diventare calciatori, attori, stimati imprenditori miliardari; io no. Io fin da bambino volevo fare qualcosa che lasciasse un segno e, finalmente, ho trovato la mia giusta dimensione: quella del blog. Io nel blog ci sguazzo, sono a mio agio, sono come il ripieno nei peperoni.

Io posto anche da addormentato, anche a pc spento, anche di sera. Ho una tastiera a voce, che non c'è nemmeno bisogno di schiacciare i tasti per scrivere: lei sa già quello che va postato, prima ancora che io ci pensi; certe volte, posta anche da sola, però usa un altro nick. Il monitor non ce l'ho, perchè io la rete ce l'ho proiettata all'interno dell'osso occipitale, a diretto contatto col cervello. Mi sono fatto montare un pisello a forma di doppino telefonico, così posso connettermi anche dall'albergo; ho svitato il mio pisello originale e ne ho messo uno in scai, della Sony; e con questo?

Per inventare i post mi ispiro al mondo circostante e a quello mio interiore, creando così un vortice d'aria fresca che raffredda la cpu.

La corrente la succhio al vicino, perchè, pur essendo una blog-star, resto sempre senza il becco di un quattrino. Perchè io io soldi che guadagno facendo il blog li spendo tutti per iscrivermi ad altre piattaforme di blog, in Italia e all'estero. Io ho un respiro internazionale, che quando mangio la bagna caoda sentono l'aglio anche in Perù.

Ma i miei post vanno a ruba: in realtà, ne scrivo venti al giorno ma voi ne vedete solo uno o due, perchè gli altri me li hanno rubati. Anzi, fate in fretta a leggere questo, perchè tra un po' se lo fregano.

I miei due figli li ho chiamati Splinder e Virgilio. Io voglio diventare una blog-star. Sono disposto anche a vendere il mio corpo, per questo che considero il mio obiettivo primario, la mia mission.

E quando ci sarò riuscito, smetto. Perchè sono fatto così: a me la notorietà non piace. E pensare che mia mamma voleva che facessi il medico. E pensare che dalla neuro non volevano lasciarmi uscire, perchè dicevano che non ero ancora guarito.

Tsè!


Gonade


E ogni volta che viene giorno
(ti ho sfiorata, luna,)ogni volta che ritorno
(attraverso un cristallo;)ogni volta che cammino e
(cresce la mia arsura)mi sembra di averti vicino
(con la tua marea)ogni volta che mi guardo intorno
(e il tuo calore)ogni volta che non me ne accorgo
(mi risucchia in un vortice)ogni volta
(di fiele e miele,)che viene giorno.
(dove voglio esaurire la mia forza.)E ogni volta che mi sveglio
(Sfiorano le labbra)ogni volta che mi sbaglio
(la tua pelle,)ogni volta che sono sicuro
(mentre all'unisono le mani assecondano il rollio)e ogni volta che mi sembra solo
(di questi gusci, in balia della burrasca;)ogni volta che mi viene in mente
(buttato a mare ogni pudore,)qualche cosa che non c'entra niente
(umori condivisi con viandanti)ogni volta...
(che invidiano la pelle nuda)E ogni volta che non sono coerente
(offerta al brillare alla notte;)e ogni volta che non è importante
(troppo amanti per curarsi)ogni volta che qualcuno si preoccupa per me
(di ciò che ruota attorno e attorno urla;)ogni volta che non c'è
(sospesi, necessari e sufficienti)proprio quanto la stavo cercando
(solo alla passione.)ogni volta ogni volta quando...
(Mille baluardi, mille volte vinti e riedificati e vinti di nuovo)E ogni volta che torna sera
(in una danza infinita, che nemmeno il tempo vuol davvero fermare;)mi prende la paura
(la perdizione ed il donarsi,)e ogni volta che torna sera
(supremi voti offerti)mi prende la paura
(a quell'anonima città,)E ogni volta che non c'entro
(trasformatasi, per umida magia,)ogni volta che non sono stato
(in un irraggiungibile castello di perle)ogni volta che non guardo in faccia a niente
(ed avori preziosi,)e ogni volta che dopo piango
(donati come pegno d'amore)ogni volta che rimango
(alla sensualità senza fine)con la testa tra le mani
(dei sospiri,)e rimando
(delle paure,)tutto a domani
(della voglia di goderci il futuro.)



Tutto Scorre


Mi chiamano Umberto e sono un tipo un po' timido, impacciato: per esempio, non ho mai avuto il coraggio di perdermi in effusioni con qualcuno, in pubblico; che so: in un bar, in una piazza, anche solo al cinema.

In quelle rare occasioni in cui mi è toccato assoggettarmi a tale pratica, si è sempre trattato di innocenti e timidi bacini, che qualcun'altro ha tentato di scambiare con me; mi sono sentito molto in imbarazzo e mi sono sempre e subito tirato indietro, per evitare qualsiasi ulteriore contatto.

Non so come mai: è una cosa che fa parte del mio modo di essere e che non riesco a modificare in alcun modo.

Tempo fa, mi è capitato di passare per il parco Sempione e di notare una scena che mi ha fatto riflettere: seduti ad un tavolo, c'erano due persone, una donna e un uomo. Parlavano fitto, tra di loro ma non sembravano fidanzati nè - tantomeno - sposati; ma... sarà stata la pioggia, che ha cominciato a scendere impetuosamente e che faceva scappare tutti ma non loro due; saranno stati gli alberi magici del parco, che si agitavano al vento e sembravano rivolgere un invito seducente; o le luci gialle e bianche dell'illuminazione stradale, trasformatesi evidentemente nella fatata cornice della rambla de Cataluña; sarà stato chissà che cosa: sta di fatto che, ad un certo momento, i due hanno dapprima cominciato a sfiorarsi le mani; poi, si sono avvicinati, appoggiando il capo l'uno all'altro e scambiandosi carezze coi capelli e con la fronte; ed infine hanno cominciato a baciarsi, baciarsi, baciarsi, come se fossero stati innamorati da sempre, come se non desiderassero nient'altro che quello, per sempre.

E sono andati avanti almeno per dieci minuti, incuranti di tutto ciò che stava capitando intorno: così, sembravano astratti, fuori dal contesto, necessari e sufficienti a loro stessi.

Mi chiamano Umberto e li ho invidiati: non so se riuscirei mai a fare una cosa simile; credo che potrei considerarla solo se avessi vicino una persona speciale; e lo farei solo con quella persona, perchè per baciare in quel modo ed in quel posto dovrei aver prima cancellato tutta la mia vita, tutte le cose in cui credo, scommettendo anche sulla sola idea della felicità.

Augh.


NRG

Un'energia fatata regola l'universo.

Agisce senza che noi la percepiamo ma lo fa in continuazione, da sempre: il suo scopo consiste nell'orientare il mondo fisico e ed il mondo metafisico verso la bellezza, verso il meglio assoluto. E' grazie a questa misteriosa magia che può capitare che due spiriti selvatici si incontrino, dopo aver orbitato per anni su traiettorie lontane.

Perchè ciò accada, non è dato saperlo: ma DEVE accadere, è inevitabile che accada e sembra che tutto quanto sia stato creato, sia esistito e si sia mosso solo per preparare quel momento. La luce astrale che abbiamo dentro di noi e che ci consente di illuminare il cosmo anche nei momenti più crudi, di conferirgli un senso, una ragione non può risplendere da sola: ha bisogno di incontrare il suo esatto complemento.

Fortunati gli spiriti selvatici che, anche senza cercarsi, si trovano come per magia. Che non disperdano il grande tesoro che hanno a portata di cuore. Che sappiano lottare. Che ci pervadano con la loro luce fatata.

L'amicizia


Immaginati un paese medioevale, arroccato sulla sommità di una collina. Le torri, le case di pietra, i balconi fioriti; il fiume scorre tranquillo, a pochi passi dal centro e rallegra il paesaggio con la bellezza dei suoi ponticelli.

E’ quasi ora di pranzo e l’aria ti arriva all’olfatto carica di aromi. Se percorri la via Maestra, noterai che è in salita e lastricata a larghi rettangoli di pietra bianca; si possono ancora apprezzare i solchi lasciati dalle ruote dei carri che, un tempo, passavano di qui per raggiungere la vicina piazza del mercato.

A pochi passi dalla piazza, c’è un’osteria con un’insegna antica e quattro tavoli all’esterno. Seduti ad uno di quei tavoli, chiacchierando amabilmente del più e del meno, ci siamo noi cinque: io, il contadino, il lupo, la capra e il cavolo.

Il contadino mi sta dicendo che ha un problema: deve attraversare il fiume con la sua barca, ormeggiata al vicino approdo e non sa come fare, perchè… d’improvviso, indico al contadino un punto lontano e lo invito ad osservarlo; lui si distrae per un attimo: accade il finimondo.

Approfittando della disattenzione, la capra si butta sul cavolo e se lo pappa in quattro masticate; il lupo, attratto dal movimento repentino, vede la capra di spalle e la sbrana. Il contadino sente l’ultimo belato della capra, si gira, prende un bastone e, disperato per la perdita dei suoi tesori, ammazza il lupo a randellate. Con gli occhi iniettati di sangue, l’adrenalina ai massimi livelli, la clava ancora nella mano destra, la furia omicida nell’anima si volge, poi, verso di me.

Ma io sono ormai lontano, cullato dalla corrente: mai raccontare che hai una barca incustodita, quando sei seduto al tavolo con uno di Quarto Oggiaro.



Accade


Accade che a qualche passo dal centro di Montescudaio ci sia una stradina sterrata che passa attraverso i poderi, gli uliveti e i campi dissodati di fresco; è un posto segreto, che scopri solo se hai voglia di passeggiare dopo le due del mattino; è un luogo che compare solo se il melthemi ha la compiacenza di diventare tuo complice, rendendoti grata la salita e tirando a lucido un cielo già splendente di suo, che non saresti in grado di sospettare dal centro della tua città.

Accade che a quell'ora, se hai la grazia di percorre quella stradina, le stelle ti assedino e non ti lascino scampo: sono le stesse di sempre, pervicacemente buffe nel loro proposito di volersi tener per mano sempre allo stesso modo da millenni, come splendenti soldatini messi a guardia dei sogni di ciascuno; da sempre ancorate ai medesimi schemi, che anche gli antichi filosofi hanno potuto ammirare.

Accade che, mentre cammini per quella stradina segreta, le stelle sembrino, però, diverse: gioiose, divertite, hanno l'aria di un gruppo di bambine sul sagrato, finita la messa della domenica mattina, che sorridono imbarazzate e curiose, nascondendo la bocca dietro alle mani per non farsi scorgere, intuendo che, ad ogni tuo passo, potrebbe avvenire qualcosa di importante.

Accade che la salita, ad un certo momento, abbia tenerezza di te e si trasformi in discesa; in quell'istante, oltre le fronde di un albero maestoso del quale mai sapresti inventarti il nome, accade che si lascino scorgere, in lontananza, la torre ed il campanile del paese, illuminati come si conviene.
Quindi, rallenterai il cammino e sarai pervaso dalla netta sensazione che quello potrebbe essere un momento che non dimenticherai mai.

Questo ed altro ti può succedere a Montescudaio, in una notte d'agosto, mentre la luna, gelosa, non dà segni di sè ormai da alcuni giorni.

Io c'ero e te lo posso garantire. Ma permettimi di darti un consiglio: se anche tu percorrerai quella stradina, non girarti mai per verificare se di fianco a te c'è qualcuno ancora sveglio, che ha voglia di parlarti, ascoltarti e condividere il cammino: potresti trovare solo il melthemi; e, come ben sai, il vento ti sfiora, ti parla, ti accarezza ma ti scivola tra le dita ed i capelli. Il vento corre sempre due passi avanti a te.

Blues

Il blues, in queste notti senza fondo, ti aspetta a un quadrivio e si mette sull'unica strada che non avresti voluto prendere.

Il blues, in queste notti africane, ti ammalia con le sue chitarre, che il diavolo in persona ha regalato ai musicisti.

Il blues ti aggredisce e ti disarma con le sue voci roche, che vengono dritto dalla periferia suburbana di tutte le città dell'universo.

Il blues, in queste notti che vorresti che finissero in un letto sudato, ti rende più dolce e più amara la birra che ti sei portato a casa, per berla in compagnia di tutte quelle che non ci sono.

Il blues ti insegna dove va la luce, quando diventa buio. Perchè diventa sempre buio; e io, al buio, ci vedo molto meglio.



Lune di strada

Sai quando ti senti di girare a vuoto? Sai quando fai delle cose, senza nemmeno sapere perchè? Sei lì, non ne avresti voglia ma le fai; perchè se non le fai, poi credi di aver perso qualcosa. Ma, quando le fai, pensi che avresti fatto meglio a non fare niente... Bene: questa sera c'era una rara luna piena. Bella, colorata, esagerata; e una serata così vellutata da farti sentire la lingua pannosa, come quando si prende lo sciroppo per la tosse. Io ho fatto per la milionesima volta la Milano-Torino; ed è successo un fatto strano: la luna, a un certo punto, si è venuta a sedere di fianco a me, in auto. Per parecchio tempo, non ci siamo detti niente: io non parlavo; lei non parlava. Abbiamo ascoltato musica, viaggiando alla solita velocità; lei teneva il tempo con la testa, alla moda dei breakers. Solo quando sono giunto qui, in collina, mi giro e le faccio: "Beh?". E lei: "No, niente; se non ci teniamo un po' compagnia tra di noi..." E se ne è tornata in cielo. Che cosa avrà voluto dire? Buonanotte a tutti, ragass!

Il quinto bicchiere


Adoro le tue briciole; o, almeno,
a forza devo farmele piacere;
le intingo nella mia felicità.
Io lo so che
mi pensi solo quando vai a bere;
mi vedi, se mi vedi, solo se
vaghi sul fondo del tuo quinto bicchiere.

Adoro le tue briciole, perchè
è tutto ciò che mi concedi in dono.
Con esse, brucio la mia dignità
e lo so che
a te non interessa come sono:
mi ascolti, se mi ascolti, solo se
vengo nell'ombra a ricordarti un altro uomo.

Vorrei che tu sapessi che di te
amo solo le briciole e mi basta;
per questo è meglio che si torni a bere,
sperando che il segreto ed il mio mondo
rimangano ad un sogno relegati:
entrambi naufragati dentro al fondo
del mio cuore o del mio quinto bicchiere.




Moresco

A proposito di cieli stellati e di sfondi, ne ricordo uno in particolare: a Moresco, la sera d'agosto, una strada in discesa conduceva da Monterubbiano alla rocca ed il cielo ti era così addosso che ti sembrava di essere all'interno di una pallina da tennis, da tanto che sembrava stretto e vicino.

Certamente incombente, ti scagliava addosso le stelle e la luna araba, quasi ad invitarti a svanire dentro al sogno. Poi, passano gli anni, il vigore lascia il posto al disincanto; il sogno sostituito dalle macerie.

Ma mi chiedo come sia possibile che, in certe notti di luna araba, rispunti Cassiopea e il germoglio prosegua a forare l'asfalto: sarà perchè, sul mare, si scorgono da lontano anche i più piccoli lumi. Sarà perchè, a volte, i grandi cambiamenti non irrompono fragorosamente ma si profilano timidi all'orizzonte, avvolti da foschia, in un'alba che non arriva e non ti aspetti.