venerdì 7 giugno 2019

Aφροδίτη

Afrodite dell'estasi. 
Pura estasi è respirarti, riempirti; sei nel mio sangue.
Insieme, galleggiamo trasparenti, invisibili, istinto bestiale e divino al contempo: belli, mentre stragodiamo nel fango come tra le nuvole. 
Belli, mentre lasciamo perdere lo sguardo verso l'infinito come tra i misteri dell'altro. 
Mia Dea. 
Mia



Dove sei?

Si tratta di questo: sostanzialmente, vivo in attesa della mezzora seguente. La mia situazione è tale per cui non c'è niente, dell'adesso, che mi interessi: ho come la sensazione che la cosa che devo fare, quella per la quale esisto, accadrà tra poco, più tardi. La conseguenza è che sono sempre fuori fase, nervoso, ansioso che il tempo passi velocemente; questo è il motivo per il quale sembra che nulla mi interessi; di fatto, il tangibile è dell'adesso, dell'ora, mentre io sono proiettato verso un improbabile dopo, dopo, dopo. Sono nel futuro? No, al contrario: per me, il futuro non esiste, anche se è per esso che giustifico me stesso, il mio senso della mia vita. Anche in questo momento, sto scrivendo questo post per far passare in fretta il tempo che mi separa dall'andare a letto; dormirò velocemente, perchè deve arrivare presto il domani, che a sua volta mi auguro che trascorra in un lampo, in attesa del mio rientro a Milano e... quando sarò lì, l'importante sarà quello che accadrà il giorno dopo. Inafferrabile, mi anticipo ormai da anni, nella speranza di incontrarmi.



Vortice e Anima

Nel segreto di vicoli oscuri, rubando secondi al tempo della ragione, da me, da te, ti denudo, ci siamo addosso. 
Attimi, brandelli strappati a morsi, quasi a squarciare la vita con canini e incisivi, sangue pulsante ovunque, sulle lenzuola come nelle vene e dentro alle autostrade, quaranta gradi all'ombra.
Quanto ti voglio e quanto mi vuoi. E' il mio mondo deviato che incroci sugli angoli dei nostri incontri; la mia natura più animale, il mondo che non vorrei ma c'è: nelle notti che non ci sei, in quelle che c'è un bar, un tavolino ed il solito shakerato, quelle che non dormo, quelle che mi stai addosso, sudata e mi tocchi, quelle che ti giro e ti faccio quello che voglio, se voglio. 
E' il mio mondo che non esiste, quello che non si sa, quello che nessuno ha mai violato, che solo tu conosci. Un dono squallido ma pur sempre urlante, da gustarsi solo se si apprezzano mezzitoni ed acuti, sfumature di viola vellutata. 
Anima mia, vattene e lasciami galleggiare da solo nel latte. 
Anima mia, se ci sei davvero, liberami da te e dal vortice nel quale mi consumi.



Hotel Qvisifugge

Visiedo al Qvisifvgge da molti anni ovmai, fvontemave pev antica nobiltà, vecchia noblesse con pochi spiccioli in saccoccia. Decovosamente inappuntabile, impomatato, benvestito: papillon, blazev, calzone gvigio; scavpa bicolove, paglietta e bastone in osso da passeggio; chi mi appvezza vicambiato, fovse avvà l'onove di avevmi a colazione; bviosc vuota e cappuccino chiavo, mi vaccomando. Non vifiuto mai, ci manchevebbe, savebbe scovtesia. Son maestvo dell'eloquenza, sofista pev passione, dissevto in ogni dove, su ogni pevchè a bacchetta, meglio se nel covso della cena: paga Lei Commendatove, cevto che accetto, non mi pevmettevei mai di vifiutave. Ov, veda, fuggo da sempve: son fuggitov d'alti lignaggio e discendenza; è un'avte che si tvamanda, che hai nei cvomosomi o mai l'acquisivai: o ce l'hai, di seppellive, vimuoveve il passato o vivvai sempve nel vimpianto. Ed io ne ho seppelliti, di passati... Cavo Lei, se ne ho sepolti. Ah, sì, capisco: Lei si domanda e chiede, se vevo è che fuggitov io sono, che ci faccio al Qvisifvgge da così tanto tempo, ovmai: veda, mio buon amico, sto valicando l'ultima fvontieva: sto fuggendo da me stesso, dal mio io. Niente di meglio di questo hotel secluso, dove, pev celia o pev davvevo, l'ova è sempve inchiodata ad un nebbioso, fiocamente bieco, intvamontabile tvamonto; mi capisca: io lo vimivo e, nel contempo, pvendo congedo anche dalla mia pevsona; pev divla come nella pevfida Albione, un "sunset boulevavd" nostvano che, a guisa di bvezza pvimavevile, dolcemente mi vende gvata la discesa. Vevso dove, chiede Lei, bvamoso di sapeve? Pevbacco, questa domanda, mi pevdoni, da Lei non l'aspettavo: vevso dove non vileva! L'impovtante è che si fugga. Si fugge pev passione, pev pvedestinazione. Fuggitovi si nasce, lo vicovdi. Ed io, modestamente...



Morale?

Prende lentamente, poi cresce imponente. Parte dal ventre e risale per immense spirali, percorsi dapprima esitanti ma sempre perentori, a serrare; si impossessa, arresta il tempo, fa barcollare; raggiunge la mente e la annienta, con vampate di calore successive, strabilianti ondate oceaniche, che si infrangono contro qualsiasi briciola di morale che osi baluginare. La morale, sì, proprio quella: resiste, si propone, cerca di affermarsi ma... soccombe, quasi scompare; alla fine, si modifica, autogenesi deviata, nova via. Solo resta l'istinto: tatto, gusto, olfatto, vista, elettricità, vita. Linguaggio animale, essenziale, ancestrale: possesso, predominanza, sopraffazione, uso volgare per il gusto di usare, azione ripetuta, ossessiva, incessante. Il piacere di prendere senza chiedere, disporre della completa sottomissione, disponibilità offerta senza condizioni. E' la fine: di fronte, uno straccio bagnato, abbandonato, pago, svuotato, senza più desideri nè volontà. Defluisce, molto più velocemente di come tutto sia cominciato; riprende a celarsi nel ventre; scompare. Ed eccola lì, che ritorna Madama Morale. Proporzionalità inversa tra istinto e morale? Tenersi l'istinto ed aprire la mente: cambiare valori, cambiare voleri, volere cambiare.



Senza le parole dell'amore


Le parole dell'amore sono baci che il cuore indirizza alla ragione: la giovane, candida mano davanti alle labbra socchiuse, un sognante e magico sospiro ad accompagnarli nell'arduo cammino, la speranza degli innamorati respinti a fare da testimone.

E' dal tramonto del giorno di ogni giorno che le parole dell'amore non è più dato percepire tra i brusii di sottofondo, velate come sono dall'imbarazzo di un bimbo che si è fatto addosso la pipì, dalla moto che non funziona e bisogna ripararla, dal biglietto del treno che, ad ogni modo, qualcuno lo deve pur fare.

Esse stanno sotto ai panni da lavare, raggomitolate come piccole vipere dai bianchi incisivi esposti: appena ti avvicini per sussurrarle, saettano dritto alla gola, quasi offese dall'essere state rievocate.

Le parole dell'amore vogliono essere dimenticate: troppe volte pronunciate, una volta di troppo abbandonate sul selciato, calpestate, rinnegate.  Accade, in certe sere d'autunno, che fresche anime di inesperti folletti si adoperino per rinfocolarle: ma il sabba è tutto ciò che rimane; è solo dall'infamità che possiamo trarre godimento, dal tradimento palese consumato ed esibito, dal perpetuarsi della lussuria mille volte spinta nel più profondo delle viscere.

Non certo da pentole d'oro ed arcobaleni, non da fiabe bisbigliate al fioco vibrare delle lanterne; non certo dall'amore, rimasto senza le sue parole.



Naso molle, caso mai leggessi

Ricordi, naso molle, che cosa cercavamo, più o meno 30 anni fa? Bene, non so tu ma io la perfezione l'ho scoperta e te la voglio rivelare: la forma perfetta, la madre di tutte le forme è la sfera. Pensaci: l'Universo si regge sulle ripetizioni; i pianeti, i satelliti sono sferici; anche l'Universo stesso potrebbe esserlo, ad occhio e croce: quindi, il risultato dei nostri sforzi è, senza fallo, costituito dalla sfera. Per questo motivo, all'interno di essa ho preso a vivere. Vivo in una sfera di cristallo, a volte attraversata dai raggi del sole e da questi pervasa; in quanto nella stessa residente, rappresento una predizione, sono un vaticinio, più che un'avanguardia: sono ciò che sarà ed essendo oggi quel che sarò domani, di fatto in questo momento non esisto e non sono io che ti scrivo, benchè con un trentennio di ritardo. Tutto, qui, è arrotondato; io in primis mi muovo per cerchi, che cerco di disegnare concentrici, per discontinuità col passato; gli occhi mi stanno, pian piano, uscendo dalle orbite, a guisa di gold-fish. Di fronte a me, un hotel molto grande, l'arrivare ed il partire dei cui clienti osservo, impegnando così la massima parte del mio tempo libero. 
Sapessi, naso molle, quante se ne vedono: c'è chi arriva con dei grandi macchinoni lucenti, chi si fa portare dal taxi... ma c'è anche - non ci crederesti mai - chi vi giunge in tram, con valigie tenute insieme dallo spago. Che ci vanno a fare in hotel, se non hanno i soldi? Da dove vengono; dove andranno, poi? Boh. Sta di fatto che godo di questa situazione di privilegio: vivo nella forma perfetta, rappresento il domani, osservo gli altri che vengono e, soprattutto, vanno. Io no: come ti dicevo, disegno cerchi, all'iniziare ed al finire dei quali mi trovo sempre al punto di partenza o al punto di arrivo, a seconda (appunto) dei "punti" di vista. 
A proposito: ti sbagliavi sulla storia dell'amore eterno (ma, forse, intendevi dire "l'amore che dura una vita"). Non ti sbagliavi, invece, sul conto mio: avrei potuto essere ben meglio di quello che lasciavo ad intendere; solo che, sai: si vive spesso di proiezioni ottimistiche di quello che si è. Ed è proprio dal delta tra quello che si è e quello che si vorrebbe essere che nasce la vergogna; lo sapevi? Se mi vergogno? Un po'. Però, a conti fatti, è stato meglio così. 
Ti prego, se capisci quello che ti ho scritto, portami il mangime: qui si boccheggia e gli ami abbondano. Ah, un'ultima cosa: ho scoperto dove va la luce quando fa buio. Se ti interessa, un giorno te lo racconto. Non so ancora, invece, che fine fa il buio quando la luce arriva; ma credo di essere sulla buona strada. Credo. Ciao, neh?

Sfioro

Sfioro 
Misteriosi universi di amori celati, 
Sospesi nel vuoto, per sempre negati. 
Pensieri sospinti da fate incantate, 
Sussurri dall’ombra, messaggi cifrati, 
Immagini fioche, movenze accennate. 
Universi che vivono dentro di me 
Ma mai lo saprai. 
Dimensioni che sfumano fuori di me 
Ma mai capirai. 
Misteriosi universi dal mare affiorati, 
Veleggiano lenti, dal tempo umiliati. 
Antiche presenze immanenti, oltraggiate, 
Segreti e castelli che lascio crollati, 
Magie immaginarie, splendenti, offuscate. 
Universi che vivono dentro di me, 
Se mai lo saprai. 
Sensazioni che voglio soltanto per me, 
Che mai capirai. 
Misteriosi universi di parchi fioriti, 
Raggianti di sole, noi due divertiti 
Puntiamo sul nulla le mani intrecciate, 
Dal rosso e dal nero da sempre atterriti. 
Ma strozzano in gola le nostre giocate. 
Universi che vivono dentro di me, 
Se mai mi amerai. 
Dimensioni che nascono e muoiono in me. 
So che svanirai.



Boh...

Petali morbidi e profumati ho sparso al tuo capezzale: li cercherai, senza trovarli; li calpesterai, senza raccoglierli, perchè non ne hai mai assaporato il valore. 
Se stringo le mani, trovo solo un sinuoso serpente di evanescente azzurro metallo, collana di fumo destinata a dissolversi, volteggiando verso le nuvole di cui è figlia: perchè la notte sa essere gelida e scura ma anche generare giornate luminose, di una luce abbagliante, ai bordi delle quali la ragione si confonde, si scioglie in un pianto sommesso, si fa uomo. 
Da uomo, perdonami se ho gridato, vissuto, goduto e rivisto la bellezza sul fondo di nuovi sguardi, di un chiaro profondo: dolce ambrosia che gli dei benevoli mi hanno donato a patto che non mi voltassi, purchè ti abbandonassi ai ritmi salati di Saint Matieu.



Quelqu'un m'a dit

Scappiamo? 
E' una domanda ingenua, buttata lì con un sorriso da bimbo, posta quando meno te lo aspetti. Presuppone confidenza, complicità, fiducia; la puoi rivolgere solo se la tua anima protegge segreti, a chi li condivide con te. 
Scappare è per sempre, anche quando dura una notte soltanto. 
Qualcuno mi ha detto, qualcuno mi ha detto: parole di cannella e torrone, canditi da mordicchiare e miele da spalmare brutalmente con le mani sul viso, fuori la lingua a non perderne nemmeno una goccia; testa a testa, guancia a guancia, la bocca e le mani impossibili da dissaldare, le gambe a scivolare in una danza più da barrio che da collina. 
Ricordi? La strada bagnata, una finestra e, dietro, il tuo viso: mi guardi, quasi piangi, muovi piano la mano... che fai? Vieni, ti prego, prima che tutto svanisca di te: lo so, lo sappiamo che i sogni non sono reali; ma allora sta a noi trasformarci in un sogno: dai, dammi la mano e tuffiamoci dentro. 
Scappiamo: scappare è per sempre, anche quando dura una notte soltanto. 



Bears

Si vive di orsacchiotti: almeno così mi piace pensare. Un orsacchiotto morbido, da stringere, coccolare; un Teddino marroncino, non importa che sia grande, va bene anche se è spelacchiato; ma che resti sempre con me, che non mi lasci mai. Che abbia voglia di starmi ad ascoltare, che mi faccia ridere, che mi consoli tutte le volte - e sono tante - che sono triste; che mi capisca, che mi veda fino in fondo, che apprezzi il mio torace quando lotta contro il mondo e sappia compatirlo, quando trema per le mille debolezze. Il mio Teddino me l'hanno rubato: portato via, rapito; non c'è più. Non era, forse, il massimo dei Teddini: per niente dolce, non mi coccolava, non mi stava ad ascoltare, non mi apprezzava; non era nemmeno spelacchiato e neanche marroncino... perchè rubare un Teddino così? Sai, è che non sono certo che me l'abbiano rubato: ho la paura inconfessabile che se ne sia andato lui o, peggio, che lo abbia perso io. Non ci posso pensare, sto malissimo solo all'idea. Magari mi sta cercando, magari si è solo perso; magari, invece, a volte si fanno (consciamente o inconsciamente) cose giuste: tipo lasciare libero un Teddino, quando temi che non sia felice con te. E' che è un mistero, per nulla buffo.



Fefè e Dolcina

Non ho buona memoria: tendo a cancellare, rimuovere; conservo solo sensazioni che non riesco a collocare nel tempo, contestualizzare. Generano riflessi condizionati, istinti che non mi spiego, che mi spingono ad agire senza sapere perchè; ma un perchè c'è sempre... Il senso della vita, per esempio: ma mi importa davvero, se non sono nemmeno in grado di capire se l'universo è finito o infinito? Se è finito, vorrei capire dov'è la fine ed andarci; se è infinito... santo cielo, com'è possibile? Ma se l'universo non mi mette in grado di capire una cosa tanto elementare, forse mi sta lanciando un segnale: è impossibile capire, è inutile capire, bisogna vivere comunque, nel sogno, nell'illusione. Una visione romantica, che lascia speranza - da un lato; dall'altro rende schiavi del "giorno per giorno", in un continuum dai bordi sfumati, che non si sa bene se inizia, finisce, prosegue o che altro. Ricordare, quindi: serve? O basta tenere per sè una sensazione, una boa qui ed una là, in mezzo ad un mare così grande che rende inutile avere la presunzione di sapere dove andare? Perchè andare, si va ma sapere dove è un altro discorso; domandarsi il perchè, poi, è tempo perso. Meglio concentrarsi sul come, allora: a me piacerebbe andarci con la mia R4 verde bottiglia, percorrendo la A14 verso Porto San Giorgio, direzione creme fritte e Fefè, con una dolcina di fianco che si preoccupa per me e mi chiede se ho sete, se sono stanco, se voglio un bacio e può darsi che lo farò; una volta liberatomi della iron maiden dentro alla quale rotolo a valle, senza sapere, appunto, per dove. Il come, il come è importante; non il dove nè il perchè. Forse...

Dove porta il vento

Prima o poi, fatalmente, ci si ritrova a fare i conti col vento. Per quanto ci si possa rinchiudere nella propria isba, serrando bene porta e finestre, prestando attenzione anche alla benchè minima fessura, esso trova sempre il modo di raggiungerti, di scuotere il tuo riposo: a volte è foriero di profumati aromi dell'ovest, che arrivano carichi di frutti e fiori, umidi e intensi come non mai; altre è gelido, fa rabbrividire e serrare il bavero della giacchetta; non ha profumi, colpisce come una stilettata, magari sottoforma di spiffero; oppure è dolce e delicato, una leggera brezza marina che ti avvolge come petali di fiori; ti coccola, ti culla, ti fa sognare, venir voglia di cedere, di adagiarti sulla sua dolcezza. Il vento è una potenza invisibile che sa essere devastante: resistergli o piegarsi l'alternativa, perchè farsi trasportare è impossibile; il vento corre sempre due passi avanti, inseguirlo non datur.



Ancora valigie?

Una valigia di cartone, verde, è la pietra miliare in cima alla quale sono seduto; dentro, i miei ricordi: alcune lettere, una vecchia foto che mi ritrae sorridente, tutti i conti che la vita mi ha presentato, le carte geografiche che mi hai chiesto di custodire. E' da tempo senza tempo che aspetto, forse da sempre... A volte, mi sembra che tu sia qui: so che la nebbia, al tuo passaggio, graziosamente si dischiude e giocherella, morbida, attorno alla tua figura, quasi a donarti un'odorosa carezza di zucchero filato; ed oggi, proprio oggi ho notato bizzarre volute, là sullo sfondo ed ho corso, per venirti a cercare; ma solo flaconi finiti e tracce di radici australi segnavano l'orizzonte, non i tuoi occhi. La mia promessa, si diceva: troppo o troppo poco, tesoro; ma, che vuoi, di questo sono capace: un'impennata oltre le nuvole, una passeggiata ad ammirare il sereno che c'è sopra e presto, forse molto presto, una ripida discesa, di nuovo a capofitto nel buio. Ma è tutto quello che posso. E tu, che mi dici? Ci vieni con me, fin lassù, ancora una volta?



Molto femmina

Annusare: mi piace annusare, perdermi con l'olfatto nei tuoi sentieri più nascosti, più inviolati. Ti mischio a me seguendo, dapprima, un richiamo animale, una scia; poi, accostando delicatamente naso e bocca a microcosmi che mai nessuno ha avvicinato, immaginato, per inspirare fortemente, fino a restarne inebriato. Così mi entri in circolo e ti combino al mio sangue; ti spingo dentro a tua insaputa, anche quando non vorresti, portatore sano di te: un te etereo, immateriale, volatile e quanto mai vicino all'anima, che resta imprigionato nelle vene ed elaborato dai miei enzimi; ti costringo a mutare, ad essere come voglio io, a piegarti alle mie richieste le più perverse, quelle che non hai mai assecondato; schiava, innocente, indifesa, concedi solo a me i tuoi profumi segreti, senza nemmeno immaginare l'uso brutale che ne faccio. E tu: tu devi essere solo mia; per questo ti sto, lentamente, privando dei sensi.



Beffarda

ti ho sfiorata, luna, 
attraverso un cristallo; 
cresce la mia arsura 
con la tua marea 
e il tuo calore 
mi risucchia in un vortice 
di fiele e miele, 
dove voglio esaurire la mia forza. 
Sfiorano le labbra 
la tua pelle, 
mentre all'unisono le mani assecondano il rollio 
di questi gusci, in balia della burrasca; 
buttato a mare ogni pudore, 
umori condivisi con viandanti 
che invidiano la pelle nuda 
offerta al brillare alla notte; 
troppo amanti per curarsi 
di ciò che ruota attorno e attorno urla; 
sospesi, necessari e sufficienti 
solo alla passione. 
Mille baluardi, mille volte vinti e riedificati e vinti di nuovo 
in una danza infinita, che nemmeno il tempo vuol davvero fermare; 
la perdizione ed il donarsi, 
supremi voti offerti 
a quell'anonima città, 
trasformatasi, per umida magia, 
in un irraggiungibile castello di perle 
ed avori preziosi, 
donati come pegno d'amore 
alla sensualità senza fine 
dei sospiri, 
delle paure, 
della voglia di goderci il futuro.



Con dedica

Ricordo ragazzi donarsi promesse, promesse... sussurrate tra vento, salsedine e capelli; rinnovate di nascosto, al buio di un campanile, mentre l'attesa consuma, brucia. Promesse di un'ultima notte, bacio o carezze che siano: non colmano il vuoto, non cambiano la sostanza di un mare piatto, senza vie di fuga, senza possibilità di onde brutali e incontenibili; ma servono, servono. Assenza: ricordo il più ricco tesoro, fermo, adagiato sul bagnasciuga; fiero, consapevole di sè ma troppo pieno di dignità per urlare la propria presenza. Ricordo distratti viandanti passargli di fianco, gonfi di esperienza, smaliziati, forse tristi e provati; li rivedo andare oltre, senza credere alla fortuna che gli si rivelava davanti. Promesse: da sussurrare, da mantenere, da sbugiardare. Ma solo se aggrappate all'anima.

Haiku

Avvolge, rapisce, offusca la mente ed il pensiero; solo i sensi diventano più fini: annusi, tocchi, gusti, ascolti, guardi. Cambia il corpo e comincia la danza: una lotta, un assalto, un'evoluzione, una spinta, ora dolce, ora possente, incalzante. L'estasi, l'abbandono. Resta, alla fine, la dolcezza.
Cinque sensi ho
e te li dono, amor,
per mille notti.



Anyanka

Esistono amori: alcuni carnali, densi di passione; altri di testa, pieni di stima, sentimento; altri ancora nati dal fascino, piuttosto che da estemporanee, bizzarre o sapienti miscele di tutte le forme provate. Poi, ce ne sono, celati nel cuore, di eterei, mai confidati; che preferisci lasciare sospesi, non colti ma coltivati in segreto; per i quali scrivi nell'ombra, ai quali di frequente ti ispiri senza mai rivelarlo; che non dichiari per non sciuparli, che non pronunci nemmeno, per paura di vederli appassire prima ancora che ti sfiorino le labbra. Fragranze delle quali percepisci l'aroma; frequenze misteriose che ti fanno fermare la notte, sul bordo dell'agorà, ove svanisce il coraggio di mischiarti alla folla; affinità intuite per chissà quale ancestrale ricamo ma prorompenti, imperiose, scandite dal mistero della specie. Sono questi ultimi amori che ti auguro e ti dono, con la speranza che ti possano investire: perchè sono i soli che nessuno potrà rubarti mai. Come nessuno potrà mai rubare il mio, custodito tra i tasti non noti.



Contatto, infinito

C'è un mondo che porto con me. Quando viaggio, quando sto fermo al lavoro, quando trascorro le mie serate. E' un mondo che conosco solo io, nel quale sono figlio, fratello, marito, papà, amante, amico, collega, conoscente, coach, ex-atleta; a volte, mi sta di fianco e mi aiuta a tirare avanti; in altri casi, si mette di traverso e mi rema contro. E' così pieno di situazioni ed esperienze, di visioni e di aperture che, in certi momenti, mi viene in mente che non posso sperare in niente di nuovo; che ho già fatto tutto, vissuto tutto, pagato tutto. Davanti, mi si presenta una lunga attesa di noia, della quale riesco a prevedere anche le risposte che ricevo, anche i benchè minimi dettagli. E' un mondo che mi sta portando ad essere quieto, rassegnato, senza più aspettative di qualcosa di clamoroso, dirompente, rivoluzionario. Ci sono momenti, è vero, in cui vedo una strada della quale non riesco ad immaginare il percorso; e il cielo sa quanto mi piacerebbe imboccarla; così, anche solo per il gusto di partire, anche senza avere certezze. Ma, a mano a mano che passano gli anni, mi accorgo che ne guardo lo svilupparsi con il sorriso malinconico e nostalgico dei vecchi: vorrei ma non posso. E sorrido, sorrido; ma io so che non ho mai sorriso, in vita mia; ed anche ora, se mi guardi bene negli occhi ti accorgi che non sto sorridendo veramente e che le mie labbra, in realtà, si atteggiano quasi in una smorfia di rammarico, quasi in un ringhio. E' una condizione che non mi piace; ma, per uscirne, ho bisogno di aiuto.
Tienimi con te,
non farmi andare via!
Stringimi più forte,
dammi il tuo sapore.
...
Guardami, toccami, strappami dal sonno;
leccami, sfiorami: ti prego, ne ho bisogno!
...
Mi muovo sperduto per mondi sbranati,
pianeti abitati da mostri.
Li amo
e vorrei rimanere con loro;
li chiamo
e partecipo al coro.

Algida

Sono un cuore al neon. Lo sono, perchè vivo con una falena, attenta solo alle cose fortemente attrattive, abbaglianti. Così, ho disimparato ad apprezzare i piccoli movimenti dei parameci, il buon profumo di un fiammifero che si spegne, il buffo suono delle zampette dello scoiattolo, che salta dal pino all'abete, facendo cadere briciole di neve dai rami. Sono intenso ma fisso; stupidamente, inutilmente eclatante; accecante ma solo per la falena che mi gravita attorno: lei mi consuma a piccoli morsi, spiluccando di me solo la polvere, cozzando contro la fredda corazza opposta dal vetro; e io mi sto spegnendo, anche se non lo dò a vedere. E continuo a diffondere questa luce algida, anche se, ormai, sarebbe giorno.



Ho detto che non possoooo

Avrei potuto proporti una passeggiata sulle più alte vette del Punjabi, per scoprire se è vero che si può respirare anche in assenza di ossigeno; portarti a fare un giro su Sedna, il decimo pianeta del nostro sistema solare, piccolo e discreto come la nostra deliziosa luna; farti osservare le migrazioni delle rondini con il terzo occhio, per scoprirne insieme il mistero. Oppure, avremmo potuto calcolare le distanze che separavano il Tigri dall'Eufrate, ai tempi in cui a Babilonia si accudivano giardini pensili; o assaporare la densità del limo, mollemente adagiato sulle rive del Grande Nilo, condividendone il gusto e l'acredine. Quante cose avremmo potuto fare, dimmi? Quante cose potremmo ancora fare, se solo lo volessi anche tu, se solo scoprissi la combinazione della mia cintura di castità? Ad esempio, potrei imparare a memoria il disegno delle tue impronte digitali; appoggiarti il naso sul collo e respirare intensamente, fino a svenire per la tua delicatezza; guardarti fissa nell'occhio sinistro da una distanza di un centimetro, per capire quanta luce emana la tua iride. Oppure, partire per un viaggio che si sa quando comincia ma non si sa se finirà; non importa dove: l'importante è andare. O magari, perchè no? potresti dedicarti tu a me: chiudere la porta alle spalle, farmi sedere sulla poltrona, darmi qualcosa da bere e dirmi: "sono qui; adesso, non ci muoviamo fino a quando non mi avrai detto la verità". Non so se te la direi ma apprezzerei il gesto. Pensa: potremmo persino appoggiarci forte il viso, guancia contro guancia, e limonare a bocca chiusa, simulando, così, i baci fugaci tra la suorina di clausura ed il bracconiere che le fa visita, di nascosto, al convento, sperando di non essere scorti dalla madre superiora. L'amore, tesoro, è progettualità, condivisione, complicità, complessità. Almeno, così credo. E' anche sesso. Già.

Ma non posso

Vorrei essere di menta, così passeresti il tempo a succhiarmi. Vorrei essere di pongo, così mi manipoleresti a tuo piacimento. Vorrei essere di luce, così ti accecheresti ogni volta che mi guardi. Vorrei essere d'aria, per entrarti anche nel sangue. Vorrei essere un asparago, un libro, un aereo che ti porta dove vuoi, una bottiglia di prosecco, una gita in montagna, un'ostrica, un bar letterario, una musica rock, una vasca ad idromassaggio, un treno che va a Parigi, un accappatoio profumato, un mazzo di fiori, un ristorante; vorrei essere tutte le cose che potrebbero farti piacere. Vorrei passare il pomeriggio fino a sera a guardare l'orizzonte con te. Vorrei poter ascoltare le tue amarezze tutti i giorni. Vorrei portarti via. Vorrei baciarti via dalla fronte tutti i cattivi pensieri. Vorrei fare l'amore con te in modo disperato. Vorrei.



Siamo con questa mia a dirLe

Gentilissimo Dio,

vorrei chiederLe di ritirarmi.
Ammetta: Lei ha commesso un errore, mettendomi qui in mezzo.
Che c'entro, io, con questa massa di soggetti che si definiscono "miei simili"? Infatti, se è vero che da un punto di vista meramente estetico devo, in qualche modo, ammettere di assomigliare ad essi, è evidente che più ci allontaniamo dalla fisicità, più ci rendiamo conto entrambi (io e Lei, intendo) che io sono diverso e che cosituisco un corpo estraneo, per la specie. Diciamocelo: io sono un moscerino nell'occhio del genere umano e la cosa peggiore è che l'umanità si stropiccia di continuo i bulbi oculari con le manone, per liberarsi di me. Prima che ciò accada o prima che io mi liberi di loro, la prego, gentilissimo Dio: mi ritiri.

Abbia l'umiltà di riconoscere di aver sbagliato e mi rimetta al posto giusto.

Dove? E che ne so, io? Mica sono il "creatore di tutte le cose visibili ed invisibili"... Ci pensi Lei. L'importante è che mi tolga al più presto da qui. Se mi è consentito esprimere una preferenza, La pregherei di non mettermi in un posto freddo; gradirei anche un pianeta di pianura, dove non si debba scarpinare troppo in salita; un posto piccolo, dove mi possa spostare facilmente (se ciò non fosse possibile, almeno mi automunisca). Ma, gentile Dio, veramente: il luogo non è un problema.

Solo, mi tolga in fretta da qui, per favore. Mi ritiri. Grazie.



Che numero?

Desiderare: ecco una cosa che non ero più capace di fare. Una cosa che ho riscoperto, improvvisamente. Si è ripresentata violenta, scatenata; è entrata in me ed ha spazzato via tutto. Ora, esiste solo quel desiderio soave, devastante, imperioso, stravolgente, morbido, profumato, dolce, delicato, importante, possibile. Mi sento un adolescente alla sua prima scoperta; non esiste il passato, non importa il futuro: c'è solo un meraviglioso presente, per il quale potrei accettare qualsiasi condizione. Qualsiasi: compresa quella di continuare ad essere un di cui, un numero, l'altro; o di accettare comunque anche la presenza dell'altro, qualora fossi io a danzare. Ciò che rileva è alimentare questo fantastico presente: cullarlo, carezzarne il germoglio, dargli da bere, offrirgli un tutore, assecondarne la crescita secondo le sue doti innate, naturali. Non orientarlo verso inutili, frustranti schemi: amo il sole ma non mi sono mai sognato di amarlo "a certe condizioni". Il sole sorge e tramonta: se lo ami, lo devi accettare così com'è. Sento la vita che ricomincia a scorrere, come quella volta che ho mangiato due etti di prosciutto crudo dopo ventun giorni di digiuno: il sangue riprende portanza, la mente proietta, rispunta la gioia. "Multas per gentes et multa per aequora vectus", ora sono qui a godermi questa sensazione, così antica ed allo stesso tempo così nuova, di sapere come si sta quando il sole entra in te e tu sei parte del sole.

Dai, esci


Supremo desiderio o, almeno, la sua illusione, il sogno di esserlo, di rappresentarlo. Non dimentico; non posso. Una finestra, una corsa dissennata per non tardare, una figura in attesa. Saluto dall'auto, agitando il braccio fuori dal finestrino. Mi vede. Mi guarda estasiata, con sguardo perduto, come se avesse visto un sogno. Tocca il vetro con la mano, sembra commuoversi; avvicina la mano al vetro, la apre e la chiude piano, facendo "ciao", senza smettere di fissarmi, rapita. Dieci secondi di universo che si ferma e tutto è sospeso. La terra gira al contrario; tacciono i caprimulghi. Ma ho paura; le dico, frettoloso: "dai, esci". Vivo il presente come se non esistesse; voglio che trascorra in fretta, perchè quello che conta è il futuro. Forse ho rovinato la poesia: ma il ricordo mi insegue da anni o da giorni o da minuti.

As an unperfected actor on the stage
Who with his fear is put beside his part,
Or some fierce thing replete with too much rage,
Whose strength's abundance weakens his own heart:
So I, for fear of trust, forget to say
The perfect ceremony of love's rite,
And in mine own love's strength seem to decay,
O'ercharged with burden of mine own love's might.
O, let my books be then the eloquence
And dumb presagers of my speaking breast,
Who plead for love and look for recompense
More than tongue that more hath more expressed.
O, learn to read what silent love hath writ:
To hear with eyes belongs to love's fine wit.

W. Shakespeare - Sonnet 23

Ah, è così? E io che pensavo...

Quelli come me camminano a testa bassa, spesso di notte rasentando i muri; lo sguardo furtivo pronto a cogliere il minimo segno di minaccia, facendo di tutto per non farsi notare, dando il meglio di sè per non notare niente, anche quando vedono qualcosa che non può non essere notato. Quelli come me danno del tu alla strada e al mondo: ne hanno viste tante, ne hanno fatte tante e tante ne faranno; mandano a memoria i libri della vita, anche quelli che ancora devono essere scritti e ne conoscono la fine, ancora prima di cominciarli. A quelli come me niente sembra più nuovo; niente più da scoprire: solo un imbarazzante, noioso ripetersi di meccaniche e meccanismi senza significato. E' per questo che quelli come me non vi parlano, non comunicano con voi: che cosa abbiamo da dirci? Quelli come me hanno raggiunto il nirvana, sono in armonia con l'universo, si muovono in un livello di percezione e consapevolezza di gran lunga superiore al vostro. E non vi badiamo nemmeno quando ci accorgiamo che ci state osservando: che cosa avete da sogghignare? Forse perchè quelli come me pesano 120 chili? Forse perchè non ci laviamo di frequente, indossiamo abiti sdruciti, non ci radiamo da una settimana? Forse perchè passiamo la serata, tutta la serata, tutte le serate in questo bar di periferia, davanti alla slot-machine, ipnotizzati dai colori, dalla frutta e dai numeri che si mischiano in infinite combinazioni? Sappiate che noi, almeno, abbiamo qualche remota probabilità di vincere; voi non sapete nemmeno a che gioco state giocando; non sapete nemmeno se avete qualcuno con cui giocare; non sapete nemmeno se state giocando.



Ora di chiudere

Vivo da quarantacinque anni all'interno di questa edicola. Vendo giornali, riviste, libri, videocassette, cd che non ho mai letto, visto, ascoltato; in molti mi chiedono consigli e io ne dispenso in grande quantità, pur non sapendo nemmeno di che cosa si stia parlando. E' che sono affascinato dai colori, dal tipo di carta, dal cellophane: tu mi chiedi una rivista di musica? Ti vendo quella rossa: il rosso è un bel colore, caldo, carico, inquietante. Un libro che valga la pena di leggere? Ti vendo questo: senti che buon odore. Hai mai pensato di annusare, piuttosto che leggere? Insomma: tu mi chiedi un particolare ed io ti dò quello che mi pare; e ciò che è buffo è che il più delle volte funziona: i clienti mi ringraziano, tornano, si complimentano. Alcuni mi chiedono anche dove sia via Petrarca ma io non rispondo: sono un edicolante, non l'ufficio informazioni; ho la mia professionalità. Sono, comunque, un punto luce in mezzo alla città, aperto dalle 6 del mattino fino alle 9 di sera. Che cosa vuoi di più? E ti sei mai chiesto che cosa fa un edicolante, dalle nove di sera alle sei del mattino? Ascolta la nona sinfonia, per esempio; si fa una doccia; si profuma; fa l'amore per conto proprio; cucina, lava i piatti; fa passare il tempo che lo separa dalla riapertura; si misura con le proprie contraddizioni; pensa alle persone che non ci sono; pensa a dio, conta le tessere del pavimento in legno, scommettendo se il loro numero sia o meno divisibile per nove; prova a calcolare il volume del soggiorno. L'importante è che passi la nottata. Ti chiederai: che cosa mi spinge, ogni giorno, a ritornare all'edicola? Te lo rivelo: io sono certo che un giorno, tra tutti quei colori e profumi, comparirà qualcosa di veramente nuovo. Non so che forma avrà: di unicorno, forse o di sirena; ma sarà dirompente, non paragonabile a nulla di già vissuto prima. Mi regalerà la felicità di alzarmi ogni mattina con la voglia di vivere la giornata, di apprezzare il presente, di fermare ogni minimo istante ed assaporarlo con la lingua, fino in fondo. Nel frattempo, ciò che mi dà felicità è ritornare all'edicola ad ogni alba, canticchiando la nona, sussurando "O Freunde, nicht diese Töne! Sondern laßt uns angenehmere anstimmen und freudenvollere! Freude, schöner Götterfunken, Tochter aus Elysium, Wir betreten euertrunken, Himmlische, dein Heiligtum!

Spingimi, spingimi

Canto notturno di un pastore errante in Asia.
(notte-tipo di un camionista mancato)
Freno. Accosto veloce, sfioro il muretto; biglietto, si alza la sbarra: schiaccio. Partenza. Prima, seconda, terza, quarta, quinta, sesta. 210. Si va. Luci rosse, luci gialle, quello frena, curva a sinistra, curva a destra. Ho sonno, tanto sonno. Cartelloni verdi che non leggo; segnali che indicano i cavalcavia; occhio al camion; freno, 180, gli faccio una carezza con la fiancata, riprendo, 210, curva, luci arancioni. Belli, i dintorni: colline, paesi ancora illuminati, risaie, gente randagia che torna a casa o va chissà dove; non vedo niente: solo la strada, solo l'autostrada; passo in mezzo al mondo senza accorgermene, senza degnarlo di uno sguardo. Curvone a sinistra da 200 all'ora; la panda in terza corsia a 90; freno, mi attacco al suo culo, la spingo via, riprendo, 210. Madama, 130 per sei chilometri: l'autogrill, la madama va a bere il caffè; 210. Ho sonno, sono le due e un quarto, sto per addormentarmi, apro il finestrino, fumo. Cartello verde: Torino è di là. Rampa a 140, esco come un missile, di nuovo 210. Due corsie, camion, un mercedes vuol fare la gara, mi distacca ma poi arrivano le curve e il traffico: lui rallenta, io vado dentro a 200. Lo saluto. Mi sto per addormentare, questa volta non ce la faccio, chissà come la prenderebbero i ragazzi se gli telefonassero per dirgli che... lascia perdere; schiaccia, dai! Com'era la storia? V=S/T; non riesco a fare la formula inversa per calcolare il tempo. Che cos'è il tempo? S/V? Devo essere conciato proprio male, se non sono nemmeno capace di fare le formule inverse; il tempo, comunque, è quella cosa inutile che sta tra quando parto e quando arrivo. Luci rosse, arancioni, gialle, abbaglianti su, giù, su ancora. Camion in sorpasso, non l'avevo visto, ci sono dentro... no, riesco a frenare; via, 210. Casello, biglietto, carta di credito, arrivederci, ciao. Tangenziale, tre minuti. Sono in città, finestrino aperto, sto cedendo. Semaforo: dieci euro, ti faccio un pompino. Non riesco a rispondere. Tre di notte, infilo la rampa, parcheggio, entro: lì c'è lei che mi aspetta, bella come sempre, pronta per me. La abbraccio, la avvicino alla bocca e la succhio: non c'è niente di meglio di tre sorsi di tequila per addormentarsi di botto. La sveglia suona prima che mi renda conto di essermi addormentato: buongiorno, ragazzi; il direttore sta arrivando...



Non ci arrivo io, però

E se fosse... e se fosse una cosa tranquilla, su un'isola da sogno: noi due che ridiamo, facciamo il bagno nell'Oceano Indiano, ci distendiamo al sole. Poi, una cena, a ballare e poi l'amore fino a mattina, Che ne dici, eh? E se fosse che siamo in montagna, in un rifugio a quota 4000: la polenta, il fuoco del camino, un'occhiata a tutto quel mondo che sta ai nostri piedi; ci abbracciamo, restiamo stretti e ci siamo solo noi. Oppure, ascolta: un viaggio. Sì, dai, un viaggio! Partiamo con la mia auto, pochi bagagli e andiamo a Madrid, o a Parigi o a Londra. Un albergo alla buona, lungo il percorso, dove facciano anche da mangiare; cose tipiche, eh! Non cerchiamo la solita pizzeria... Visitiamo la città, ci teniamo per mano, ci guardiamo negli occhi; e poi, una lunga, interminabile passeggiata lungo le rive del Tamigi, durante la quale potrai finalmente baciarmi senza paura che ci vedano. E se fosse che la smettiamo di vivere una vita nella quale io sono impresentabile? Che mi devi sempre nascondere? Che mi vergogno io stesso di me? E se fosse che scappiamo da tutto e da tutti? Ci arriva il tuo amore, fino a lì?

Ancora Vivo?

"Ti odio (lodo), Signore: mi hai fatto come un prodigio. Lo riconosco: prodigiose sono le tue opere. Il mio corpo per te non aveva segreti, quando tu mi formavi di nascosto e mi ricamavi nel seno della terra. Io non ero ancora nato e già mi vedevi. Nel tuo libro erano scritti i miei giorni, fissati ancor prima di esistere" (139: 14-16).


Sperduto nello spazio e nel tempo, nella quantità scarsamente significante della specie, per un istante o un millennio anch'io sono stato vicino alla perfezione. Capace di esprimere l'armonia, l'insieme, il tutt'uno; capace di dare e di ricevere. Quanto impegno, se ci penso; a portarmi lì, per mano, fu l'ingenuità: dono congenito, meraviglioso e tra i primi ad evaporare, succhiato via da orrendi vampiri. Ora resta la tecnica: in modo asettico, posso farti ridere o piangere, dimenare, urlare, godere, soffrire o gioire. Anch'io posso annusare, godere, toccare, sfiorare, strusciare, sognare, abbracciare. Ma resto dietro al vetro, distaccato e impotente. Non è solo il tuo ventre, che non desidero più: non desidero nemmeno la polenta con la puccia, giocare a basket, suonare, ascoltare musica; non vado più allo stadio, non rido dentro. Oggi sono un golem, proprietario di una vita robotica. Ho bisogno di credere ancora, di tornare ingenuo, sperare nei miracoli, attendere il futuro, il domani, la vita. Ho bisogno di sentire mie le cose e le persone, per poter conferire e ricevere un'anima, per dare calore e succhiarne; ho bisogno di percepire un progetto comune, che veda anche me, forse soprattutto me, tra i supremi, irrinunciabili desideri. Ho bisogno della tua anima, del tuo sangue.

Elfi Chiari. Elfi scuri

Un Elfo dispettoso popola i miei sogni. Certo, c'è un'ora propizia per sognare: è l'ora dell'oscuro, quella nella quale si prendono le distanze dal reale e ci si incammina per sentieri poco frequentati, che, da coscienti, si farebbe di tutto per non imboccare; ma, sempre più spesso, l'ora dell'oscuro brilla di vita propria e appare e riappare a mia insaputa, quando meno me lo aspetto. Così, mi capita di vivere sognando, sia mattino, piuttosto che notte o pomeriggio; e l'Elfo dispettoso sa dove trovarmi: mi tormenta, mi tenta; sembra divertirsi, nutrirsi della mia sete di lui. E' Gran Maestro di una magia potente: col suo incanto, sta trasformando in sogno la mia realtà e la mia realtà in sogno. Trascorriamo nella quinta dimensione ormai quasi tutte le ore; facciamo anche l'amore, noi due: lo faccio solo con lui; da quanto... non so, non ricordo nemmeno. Ma è quando mangio che l'incanto svanisce: provo a cucinare il sogno ma il piatto resta vuoto; ed io sono fatto di quattro radici, che spesso orbitano lontane ma tendono ad incontrarsi, benchè casualmente, per originare atomi, materia. E' di energia atomica che ho bisogno: senza di essa, potrebbe svanire anche la mia capacità di sognare.

Valigie

Se me ne andassi adesso, per sempre, per non ritornare: quali sono le cose che porterei con me?
Forse, la paura e la gioia provate una notte, una sera e un'ora di pranzo;
alcuni sguardi, di quelli che ti fanno tremare, di quelli che esistono solo quegli occhi;
una mano sfiorata e poi stretta e poi avvinghiata;
la prima volta da solo, in mezzo alla strada, senza sapere dove andare;
alcune olive e un Campari, in una bella giornata di sole in Liguria;
il lungomare di Bari, con la luna a palla e una domanda rimasta nel cuore;
tutte le volte che mi hanno detto "ti voglio bene, papà";
la discesa che da Monterubbiano porta a Moresco e tutto quel mese di agosto;
lo champagne alle sette di mattina a Bassano del Grappa;
un bacio interminabile, atteso per tanto, tanto tempo;
le mille occasioni in cui ho buttato tutto per aria e ho dovuto ripartire da sottozero;
quella volta che pioveva e ho pensato di vedere se riuscivo a superare i 195 con la moto;
le due ore passate a guardare Guernica;
la finale di Barcellona, quando tutti piangevamo ma dicevamo che non era vero;
la mia bicicletta rosa;
la musica.
Ma se partissi sul serio, vorrei che il padreterno mi facesse un grande regalo: farmi dimenticare tutto. Perchè non c'è niente, di quello che potrei ricordare, che valga la soave serenità di un attimo senza fantasmi.

Ausencia

Che cosa mi manca?
Mi mancano le sere noiose passate davanti al pc, mentre gli altri già dormono, di là.
Mi manca la sensazione di sollievo che si prova, di notte, quando qualcosa ti preoccupa e tu ti giri e abbracci la tua donna, che ti risponde con una carezza sulla guancia.
Mi manca l'insistenza noiosa dei figli, che continuano a parlarti delle loro sciocchezze o grandi problemi e non ti lasciano guardare in pace la partita.
Mi mancano i sabati e le domeniche a disposizione degli altri, che hanno sempre mille cose da fare, salvo che accompagnarti dove vuoi tu o occuparsi un po' di te.
Mi manca baciare e fare l'amore quando ne ho voglia.
Mi manca andare al ristorante, nei giorni di festa e lamentarmi con i ragazzi perchè ordinano sempre le cose più costose.
Mi manca il gusto di uscire alla sera, di nascosto da tutti e andare con lei in un locale a strafarci di sguardi, carezze e Campari.
Mi mancano quei quattro asini dei miei amici e le buffe litigate che ci facevamo.
Mi manca di essere perdutamente innamorato di qualcuno ed essere corrisposto, potendo andare in giro senza aver paura di essere visti da qualcun'altro.
Mi mancano la pianificazione del futuro, i progetti semplici in cui credere, i sogni minimi di una famiglia veramente borghese.
Mi mancano, tutte queste cose, perchè rischio di rimanere senza più nulla da cui fuggire, contro cui ribellarmi.