Lo squallore è ovunque.
Di fronte alla stazione, per esempio: un albergo forse a ore, cadente, grondante sporcizia, sordidità, amori o dolori di passaggio. Non ho bagaglio, nè con me, nè dentro di me; contratto veloce, forte dell'esperienza: non basta un vecchio, che mi guarda senza riuscire a capire del tutto, per mettermi in imbarazzo; salgo e la mia stanza è peggio di quanto mi aspettassi: una elle stretta, piccola e alta; un letto ad una piazza e mezza sporco di calcinacci, addossato alla parete; una televisione sospesa miracolosamente, quasi a simboleggiare, con le sue immagini colorate, l'istintiva pulsione di evadere da quella specie di cella; un armadio che sta insieme per una sua personale scommessa; il bagno con doccia, sporco il giusto; un ventilatore al soffitto, per ricordarmi che siamo in Africa.
Ed eccomi: ci sono. Volevo proprio questo: chiudermi nello squallore per capire, per misurarmi, per misurare.
Lascio che trascorrano alcuni istanti, prima di cominciare il rito; respiro, mi rilasso; è il momento: apro la mente ed il corpo. Primi ad arrivare sono i suoni: inizialmente indistinti, quasi un rumore. Poi, col passare dei minuti, si coordinano in una rumba in tre quarti, incessante, incalzante, veemente, sinfonica. Ecco i colori: l'iride comicia a ruotare e tutto è un vortice che mi investe, mi attraversa, mi pervade. E' il momento degli aromi, che mi colpiscono e stordiscono, lasciandomi esausto, stupefatto. Ma è il gusto che la fa da padrone: assaporo con la lingua, goccia a goccia; lecco le pareti e le lenzuola. Con le mani, finisco la danza: stringo, afferro, ghermisco.
Nessun commento:
Posta un commento